Ci vorrebbe qualcosa che adesso mi sfugge, per poter comunicare in maniera più complessa e meno onirica l'esperienza di Porretta.
Tra quadri di polli arrosto in luogo dei girasoli di Van Gogh, corridoi di canne di bambù e poltrone di un elettrico viola psichedelico, ci sono le parole ed i silenzi, gli occhi ed i piedi guardati, le scarpe studiate per evitare di farsi male, almeno a volte.
Ci sono momenti in cui ci si chiede se bere un pò può farci sentir meno il calore, che ci butta in uno stato simile agli sbalzi metabolici della menopausa, sovvertendo ordini temporali e spaziali. Allora non si sa più, se una sensazione porta con se l'altra, oppure è proprio l'altra quella fondamentale e la prima ne è solo un riflesso.
In tutto questo, non ho ancora bevuto.
Abbiamo accanto, tanto vicine da sfiorarle spesso, altre due persone, una a destra ed una a sinistra, sedute come noi, con le gambe coperte dal velluto blu, come noi, dagli occhi persi, come noi, in tutto simili e nel contempo fondamentalmente diverse da noi.
Le voci, a Porretta, sono strumento di amplificazione, così come i sospiri o i colpi di tosse. Ci sono voci che fanno riattivare la circolazione superficiale del mio corpo, altre che mi provocano brividi ed alcune mi scaldano dentro e mi fanno inumidire gli occhi.
Ci sono fantasmi concreti, ci sono mani che arrivano a toccare ed a toccarsi, occhi che finalmente vedono ed altri che finalmente possono chiudersi per avere pace.
A Porretta ci siamo noi, con tutte le nostre contraddizioni, e a volte succede che non abbiamo tutta questa paura di raccontarcele e ci permettiamo incontri che ci rispecchiano e diventano strutturanti.
A Porretta si può riuscire a dirsi di essere angeli e demoni, di chiedere amore e odio, abbracci e schiaffi.
Quando funziona l'equilibrio, a Porretta, si respira un pò di autenticità.
Nessun commento:
Posta un commento