martedì 15 giugno 2010

Il detentore del cuore


Stessa postazione di ieri, orario simile e soliti peli che svolazzano intorno a me, anche se momentaneamente il regio micio sta cercando di cancellare le tracce degli altri gatti che hanno inquinato il suo territorio in giardino stanotte. Otto è un pò un simbolo, come tutti gli animali domestici veicola la parte affettiva più profonda di noi e spesso la loro presenza può fare la differenza in un ambiente relazionale.

C'era una volta un gatto, tuuuuuuuutto nero, un pò spelacchiato e brutticello. Era però un micio speciale, perchè aveva in dotazione una calma ed una pazienza incredibili. Un giorno, mentre il piccolino ancora esplorava i dintorni del letto della mamma, un ragazzo decise che sarebbe stato perfetto da regalare alla propria fidanzata.
Il gattino non capì subito cosa gli stesse accadendo e si mise a miagolare come un pazzo appena fu messo all'interno di un box che gli umani chiamano trasportino e che lui chiamò gabbia minuscola e soffocante.
Pianse lacrime amarissime, mentre vedeva allontanarsi il suo nido e la sua mamma, ma appena si rese conto che stava per cominciare un viaggio verso terre inesplorate, sperò in una grande avventura, degna dell'indiana jones dei felini.
Cominciò ad elaborare un piano di fuga.
Qualche decina di minuti più tardi, la pesante porta di plastica della supergabbia fu aperta davanti ai sui occhietti curiosi, in una strana stanza. Avrebbe preferito una bella location all'aperto per la prima scena del suo film d'azione, ma si dovette accontentare di un interno di garage.
Si era preparato varie possibilità, correre fino alla prima finestra e volare nel vuoto sperando che ciò che la mamma gli aveva detto fosse vero, oppure infilarsi tra una porta e lo stipite e fuggire dalla stanza, c'era anche l'opzione "faccio il morto", ma i suoi fratelli gli avevano detto di usarla solo in caso di estremo pericolo perchè poteva causare un rapido calo dell'autostima.
Benchè non sapesse assolutamente che cosa significasse questa buffa parola, decise che avrebbe lasciato questa opzione per ultima, nel caso che non fosse riuscito a fuggire in altro modo. Cominciò con lo sbirciare fuori.
Le condizioni non erano delle migliori, c'erano ben quattro umani in uno spazio ristretto, tutti a guardare lui. Il micio si sentì più piccolo di quello che era e sperò che, come in un sogno, arrivasse la mamma attaccata ad una fune invisibile a salvarlo da quella situazione assurda.
Aveva sentito le cose più strane sugli umani e su come i loro piccoli trattavano i gatti, certo, alcune storie erano anche molto belle, ma la maggior parte finiva con un animale poco felice, costretto a fare il pagliaccio oppure rinchiuso in quattro mura come un prigioniero a vita, senza poter mai uscire a divertirsi.
Il micio cominciò ad aver paura, si infilò nell'angolo più lontano dall'uscita e cercò di rimanere calmo, ma tremava.
Vide una mano allungarsi verso di lui, per fortuna non c'erano piccoli umani in quella stanza, forse gli era andata un pochino bene, ma subito gli tornarono in mente le parole del nonno saggio: se ti prendono, scappa figliolo, scappa con tutto il fiato che hai in corpo e cerca di tornare a casa, è l'unico luogo sicuro. Lui era stato molto attento durante il viaggio, però non era sicuro di ricordarsi esattamente tutte le svolte e le direzioni e il suo senso dell'orientamento era ancora in fase di sviluppo.
Avrebbe voluto essere più grande, come suo cugino il rosso, famoso per la sua bellezza e le innumerevoli volte in cui, rapito dagli umani, era sempre riuscito a tornarsene a casa, magari conciato come un reduce di guerra, con le zampe ustionate dall'asfalto o piene di spine, il muso emaciato ma sempre con gli occhi gialli vivi ed energici.
Lui però non era il rosso, era solo un gattino nero e qualcuno lo stava sollevando da terra. Anche questa era un'usanza di cui gli avevano parlato i suoi parenti, gli umani credono che ai mici piaccia essere alzati da terra, ma il nostro sapeva invece che ne aveva terribilmente paura, cominciò a girargli la testa.
Pensava di svenire, quando successe una cosa che non si aspettava. Stava ancora cercando con gli occhi semichiusi, di trovare una via d'uscita, ma non sembrava proprio che ce ne fossero, era tutto chiuso, quando una mano cominciò a massaggiargli la testolina.
Si sentì meglio, ma non voleva cedere a questo infame trucco e continuò a tremare e a miagolare il più forte che poteva.
Cominciò ad avvertire il calore che veniva dall'essere umano e ascoltò la musica che gli sussurrava all'orecchio, sottovoce. Era bello, sembrava una cosa buona.
Il micio era dilaniato e stanco, non sapeva più cosa fare. Non sembravano esserci vie di uscita, questi umani sembravano non essere troppo crudeli, nè avere cattive intenzioni e lui aveva un sacco di fame.
Sua sorella l'aveva messo in guardia rispetto al cibo buonissimo ma terribile degli umani, gli aveva raccontato che il sindacato dei gatti randagi aveva cercato di indagare sulla composizione dei croccantini, ma non era riuscito a capire niente di ciò che aveva trovato.
Là dove vengono prodotti, non c'è erba nè carne e tantomeno pesce. I gatti, appostati sui tetti del fabbricato, avevano visto solo tanti tipi di sabbia scivolare dentro strane macchine. La conclusione era stata che, molto probabilmente, questa era solo una copertura, sotto terra avrebbe potuto nascondersi il vero laboratorio, dove i gatti venivano tenuti e studiati come cavie per poi essere uccisi e trasformati in croccantini.
Lui era rimasto sconvolto da questo racconto e aveva provato ad obiettare che magari era veramente così che facevano quel cibo, con delle polveri, ma la sorella si era arrabbiata talmente tanto che aveva dovuto ricredersi e darle ragione, mai avrebbe voluto far parte dei "domestici".
Nel mentre, cullato da queste braccia senza pelo ma calde di una umana, aveva smesso di tremare e si trovò nuovamente posato sul terreno di fronte ad una ciottola profumata di casa. Latte. Gli aveva dato del latte. Questa era una tortura! Come faceva a non bere il latte, aveva anche un sacco di fame!
Bevve, pensando che avrebbe potuto raccontare agli altri che l'aveva fatto solo in previsione di una fuga che avrebbe avuto bisogno di tutte le sue energie. L'avrebbero bevuta.
Il latte era buono, anche se berlo mentre controllava che nessuno gli tendesse una trappola nel frattempo, non era cosa semplice.
Nel momento in cui lo finì, tutti gli umani uscirono dalla stanza in sequenza, non prima che la stessa umana di poco prima lo prendesse nuovamente in collo.
Il micio cominciava a sentirsi stanco e decise di optare per la tattica del micino buono e docile, così da fargli calare la guardia. Si lasciò trasportare fino al piano superiore, dove si ritrovò in una nuova stanza con solamente quell'umana senza pelo di poco prima.
Invece di poggiarlo a terra, dove lui avrebbe voluto essere messo, la tizia lo adagiò molto dolcemente su una cosa pelosa, una specie di coperta, si disse il gattino. Anche qui pensò alla fregatura, perchè quella cosa, qualunque essa fosse, era troppo morbida e calda e accogliente e dolce e meravigliosa per essere vera.
Era bella quasi quanto la mamma.
Pensato questo, il gattino chiuse gli occhi e si immaginò la mamma e mentre cominciava a spingere con le zampette per poter avere la sua razione di latte, si accoccolò sulla coperta-mamma e si addormentò.

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