lunedì 21 giugno 2010

Porretta

Ci vorrebbe qualcosa che adesso mi sfugge, per poter comunicare in maniera più complessa e meno onirica l'esperienza di Porretta.
Tra quadri di polli arrosto in luogo dei girasoli di Van Gogh, corridoi di canne di bambù e poltrone di un elettrico viola psichedelico, ci sono le parole ed i silenzi, gli occhi ed i piedi guardati, le scarpe studiate per evitare di farsi male, almeno a volte.
Ci sono momenti in cui ci si chiede se bere un pò può farci sentir meno il calore, che ci butta in uno stato simile agli sbalzi metabolici della menopausa, sovvertendo ordini temporali e spaziali. Allora non si sa più, se una sensazione porta con se l'altra, oppure è proprio l'altra quella fondamentale e la prima ne è solo un riflesso.
In tutto questo, non ho ancora bevuto.
Abbiamo accanto, tanto vicine da sfiorarle spesso, altre due persone, una a destra ed una a sinistra, sedute come noi, con le gambe coperte dal velluto blu, come noi, dagli occhi persi, come noi, in tutto simili e nel contempo fondamentalmente diverse da noi.
Le voci, a Porretta, sono strumento di amplificazione, così come i sospiri o i colpi di tosse. Ci sono voci che fanno riattivare la circolazione superficiale del mio corpo, altre che mi provocano brividi ed alcune mi scaldano dentro e mi fanno inumidire gli occhi.
Ci sono fantasmi concreti, ci sono mani che arrivano a toccare ed a toccarsi, occhi che finalmente vedono ed altri che finalmente possono chiudersi per avere pace.
A Porretta ci siamo noi, con tutte le nostre contraddizioni, e a volte succede che non abbiamo tutta questa paura di raccontarcele e ci permettiamo incontri che ci rispecchiano e diventano strutturanti.
A Porretta si può riuscire a dirsi di essere angeli e demoni, di chiedere amore e odio, abbracci e schiaffi.
Quando funziona l'equilibrio, a Porretta, si respira un pò di autenticità.

mercoledì 16 giugno 2010

...prova...

Vediamo se funziona


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Incontro

Già il luogo di questo strano incontro mi piace. Piazza della Pera è un luogo familiare, un posto in cui sono transitata innumerevoli volte, che fa parte dei miei ricordi, anche se adesso l'hanno ristrutturata ed ha cambiato faccia, è sempre la piazza in cui, dopo una cena di classe, un gruppetto di suore infastidite dal nostro chiasso, mi hanno tirato in testa una secchiata, spero, di acqua.
Un posto che fa casa, ecco...
Sono in ritardo di dieci minuti, perchè a Pisa, quando piove, il dramma quotidiano del traffico e dei parcheggi diventa una tragedia internazionale, da risolvere solo con l'ausilio dell'interpol o dei caschi blu.
La passeggiata fino al luogo del ritrovo mi dà modo di respirare un pò di aria di casa, così se ne va un pò di tensione, lasciandone solo il 99,9 %...
Davanti a me si apre la piazza... chi sarà?
Forse è quella lì, sta parlando al telefono nervosa ed infastidita, si, potrebbe essere lei, effettivamente sono in ritardo, magari aspetta da una vita qui da sola. Che buffa, gira su se stessa mentre parla al telefono... si, potrebbe essere lei. Prendo il cellulare per fare la prova del nove, provo a chiamarla così se trovo occupato so che è lei... il nervosismo comincia a risalire di quello 0,1% di cui era sceso... non mi piace il telefono, è un attrezzo troppo ambivalente per la mia lotta con la giusta distanza, non la chiamo.
Comincio a gironzolare e ad analizzare con lo sguardo i presenti... non c'è tantissima gente, un gruppetto di ragazzi delle superiori, un pò di persone indaffarate a montare un palco, una coppia di universitari su di una panchina, ma... ecco, l'ho vista, è lei, non lo so ancora con certezza, ma sento che è lei. Mi avvicino guardandola, cercando i suoi occhi dietro agli occhiali da vista con la montatura nera e bianca...
Basta un sorriso, lei ricambia e si alza dalla panchina in fondo alla piazza su cui è seduta. Ha i colori del Mediterraneo, non è vestita da donna in carriera, il suo viso mi ispira serenità e la sua andatura è calma e rassicurante.
Ci siamo, la danza ha inizio.
Non so se sono più emozionata io di lei o viceversa, ma non importa, perchè già solo percepire il suo accento che sa di mare e di sole, mentre camminiamo accanto per andare a recuperare un succo di frutta da poterci bere, ci fa sentire meno sole.
Il futuro è un pochino più vicino

martedì 15 giugno 2010

Il detentore del cuore


Stessa postazione di ieri, orario simile e soliti peli che svolazzano intorno a me, anche se momentaneamente il regio micio sta cercando di cancellare le tracce degli altri gatti che hanno inquinato il suo territorio in giardino stanotte. Otto è un pò un simbolo, come tutti gli animali domestici veicola la parte affettiva più profonda di noi e spesso la loro presenza può fare la differenza in un ambiente relazionale.

C'era una volta un gatto, tuuuuuuuutto nero, un pò spelacchiato e brutticello. Era però un micio speciale, perchè aveva in dotazione una calma ed una pazienza incredibili. Un giorno, mentre il piccolino ancora esplorava i dintorni del letto della mamma, un ragazzo decise che sarebbe stato perfetto da regalare alla propria fidanzata.
Il gattino non capì subito cosa gli stesse accadendo e si mise a miagolare come un pazzo appena fu messo all'interno di un box che gli umani chiamano trasportino e che lui chiamò gabbia minuscola e soffocante.
Pianse lacrime amarissime, mentre vedeva allontanarsi il suo nido e la sua mamma, ma appena si rese conto che stava per cominciare un viaggio verso terre inesplorate, sperò in una grande avventura, degna dell'indiana jones dei felini.
Cominciò ad elaborare un piano di fuga.
Qualche decina di minuti più tardi, la pesante porta di plastica della supergabbia fu aperta davanti ai sui occhietti curiosi, in una strana stanza. Avrebbe preferito una bella location all'aperto per la prima scena del suo film d'azione, ma si dovette accontentare di un interno di garage.
Si era preparato varie possibilità, correre fino alla prima finestra e volare nel vuoto sperando che ciò che la mamma gli aveva detto fosse vero, oppure infilarsi tra una porta e lo stipite e fuggire dalla stanza, c'era anche l'opzione "faccio il morto", ma i suoi fratelli gli avevano detto di usarla solo in caso di estremo pericolo perchè poteva causare un rapido calo dell'autostima.
Benchè non sapesse assolutamente che cosa significasse questa buffa parola, decise che avrebbe lasciato questa opzione per ultima, nel caso che non fosse riuscito a fuggire in altro modo. Cominciò con lo sbirciare fuori.
Le condizioni non erano delle migliori, c'erano ben quattro umani in uno spazio ristretto, tutti a guardare lui. Il micio si sentì più piccolo di quello che era e sperò che, come in un sogno, arrivasse la mamma attaccata ad una fune invisibile a salvarlo da quella situazione assurda.
Aveva sentito le cose più strane sugli umani e su come i loro piccoli trattavano i gatti, certo, alcune storie erano anche molto belle, ma la maggior parte finiva con un animale poco felice, costretto a fare il pagliaccio oppure rinchiuso in quattro mura come un prigioniero a vita, senza poter mai uscire a divertirsi.
Il micio cominciò ad aver paura, si infilò nell'angolo più lontano dall'uscita e cercò di rimanere calmo, ma tremava.
Vide una mano allungarsi verso di lui, per fortuna non c'erano piccoli umani in quella stanza, forse gli era andata un pochino bene, ma subito gli tornarono in mente le parole del nonno saggio: se ti prendono, scappa figliolo, scappa con tutto il fiato che hai in corpo e cerca di tornare a casa, è l'unico luogo sicuro. Lui era stato molto attento durante il viaggio, però non era sicuro di ricordarsi esattamente tutte le svolte e le direzioni e il suo senso dell'orientamento era ancora in fase di sviluppo.
Avrebbe voluto essere più grande, come suo cugino il rosso, famoso per la sua bellezza e le innumerevoli volte in cui, rapito dagli umani, era sempre riuscito a tornarsene a casa, magari conciato come un reduce di guerra, con le zampe ustionate dall'asfalto o piene di spine, il muso emaciato ma sempre con gli occhi gialli vivi ed energici.
Lui però non era il rosso, era solo un gattino nero e qualcuno lo stava sollevando da terra. Anche questa era un'usanza di cui gli avevano parlato i suoi parenti, gli umani credono che ai mici piaccia essere alzati da terra, ma il nostro sapeva invece che ne aveva terribilmente paura, cominciò a girargli la testa.
Pensava di svenire, quando successe una cosa che non si aspettava. Stava ancora cercando con gli occhi semichiusi, di trovare una via d'uscita, ma non sembrava proprio che ce ne fossero, era tutto chiuso, quando una mano cominciò a massaggiargli la testolina.
Si sentì meglio, ma non voleva cedere a questo infame trucco e continuò a tremare e a miagolare il più forte che poteva.
Cominciò ad avvertire il calore che veniva dall'essere umano e ascoltò la musica che gli sussurrava all'orecchio, sottovoce. Era bello, sembrava una cosa buona.
Il micio era dilaniato e stanco, non sapeva più cosa fare. Non sembravano esserci vie di uscita, questi umani sembravano non essere troppo crudeli, nè avere cattive intenzioni e lui aveva un sacco di fame.
Sua sorella l'aveva messo in guardia rispetto al cibo buonissimo ma terribile degli umani, gli aveva raccontato che il sindacato dei gatti randagi aveva cercato di indagare sulla composizione dei croccantini, ma non era riuscito a capire niente di ciò che aveva trovato.
Là dove vengono prodotti, non c'è erba nè carne e tantomeno pesce. I gatti, appostati sui tetti del fabbricato, avevano visto solo tanti tipi di sabbia scivolare dentro strane macchine. La conclusione era stata che, molto probabilmente, questa era solo una copertura, sotto terra avrebbe potuto nascondersi il vero laboratorio, dove i gatti venivano tenuti e studiati come cavie per poi essere uccisi e trasformati in croccantini.
Lui era rimasto sconvolto da questo racconto e aveva provato ad obiettare che magari era veramente così che facevano quel cibo, con delle polveri, ma la sorella si era arrabbiata talmente tanto che aveva dovuto ricredersi e darle ragione, mai avrebbe voluto far parte dei "domestici".
Nel mentre, cullato da queste braccia senza pelo ma calde di una umana, aveva smesso di tremare e si trovò nuovamente posato sul terreno di fronte ad una ciottola profumata di casa. Latte. Gli aveva dato del latte. Questa era una tortura! Come faceva a non bere il latte, aveva anche un sacco di fame!
Bevve, pensando che avrebbe potuto raccontare agli altri che l'aveva fatto solo in previsione di una fuga che avrebbe avuto bisogno di tutte le sue energie. L'avrebbero bevuta.
Il latte era buono, anche se berlo mentre controllava che nessuno gli tendesse una trappola nel frattempo, non era cosa semplice.
Nel momento in cui lo finì, tutti gli umani uscirono dalla stanza in sequenza, non prima che la stessa umana di poco prima lo prendesse nuovamente in collo.
Il micio cominciava a sentirsi stanco e decise di optare per la tattica del micino buono e docile, così da fargli calare la guardia. Si lasciò trasportare fino al piano superiore, dove si ritrovò in una nuova stanza con solamente quell'umana senza pelo di poco prima.
Invece di poggiarlo a terra, dove lui avrebbe voluto essere messo, la tizia lo adagiò molto dolcemente su una cosa pelosa, una specie di coperta, si disse il gattino. Anche qui pensò alla fregatura, perchè quella cosa, qualunque essa fosse, era troppo morbida e calda e accogliente e dolce e meravigliosa per essere vera.
Era bella quasi quanto la mamma.
Pensato questo, il gattino chiuse gli occhi e si immaginò la mamma e mentre cominciava a spingere con le zampette per poter avere la sua razione di latte, si accoccolò sulla coperta-mamma e si addormentò.

lunedì 14 giugno 2010

Italia, forza!

A volte c'è qualcosa che sfugge e che vorremmo inseguire e contemporaneamente continuiamo a sbagliare strada... sono quelle volte, come adesso, in cui sai che la potenzialità di non gettare il momento nell'oblio ma renderlo vissuto sarebbe possibile ma resta, in modo terribile, incompiuta.

Non so che c'entri col calcio e con i mondiali, ma tutto quello che ho tentato di scrivere su quell'argomento faceva pietà. E' evidente che se uno sport non nasce nella passione, può creare al massimo sorrisi che sembrano paralisi facciali o gridolini di esultanza che non si distinguono da quelli lanciati da un lavoratore a cui si annuncia che il suo stipendio sarà aumentato di 0,01 euro l'ora (se raggiunge i 40 anni di anzianità lavorativa, ovviamente).
Quindi l'incitamento non è nello specifico per il gioco del calcio, ma è per tutta l'Italia, e se lei ha bisogno di quei novanta minuti di pallone per sorridere e tornare ad avere fiducia, ben venga l'arbitro, i guardalinee e tutti i giocatori.
Lo scorso mondiale mi sono lasciata trascinare da una bella energia che sprigionavano i tifosi e mi è piacito un sacco, mi sono ricaricata per osmosi e dopo la finale mi son fatta un bel tuffo nella piscina di fronte alla stazione.
Visto che sono sopravvissuta alla marea di schifezze che c'erano in quell'acqua, mi sembra lampante che anche ai globuli bianchi quell'energia faccia bene. e allora Italia, ndiamo, metticela tutta in quella terra lontana.

"Una persona che viaggia attraverso il nostro paese si ferma in un villaggio, e qui non ha bisogno di chiedere cibo o acqua. Appena arrivata la gente le offre il cibo, la intrattiene. Questo è solo un lato di Ubuntu ma Ubuntu ha anche altri aspetti. Ubuntu non significa che le persone non debbano dedicarsi a sé stesse. La questione piuttosto è: Vuoi farlo per aiutare la comunità che ti circonda a migliorare?" (Nelson Mandela)

Grazie GiordZ

Mentre sento di aver seguito il suo esempio, trascinata dalla lettura di un post e dalla quantità incredibile di peli di gatto che momentaneamente hanno provato a soggiornare nella mia trachea, mi chiedo adesso se posso ritenermi soddisfatta.
Non certo del pelo di Otto che ,riappacificato col mondo da una dose supplementare di croccantini, adesso sta dormendo oppure facendo meditazione yoga, qui vicino a me. Allora da cosa?
Ah si, dalla scelta delle impostazioni del blog.
Beh, non lo so ancora. Non è semplice scegliere un'immagine che ti rappresenti, un carattere di scrittura che si armonizzi col tuo modo di scrivere, un titolo che non ti faccia sembrare un idiota e tanto meno un narcisista egocentrico. Non è semplice mostrarsi al mondo scegliendo ogni secondo in maniera inconsapevole quale lato di noi sta facendo il passo in avanti e mantenendo buone tutte le altre parti, pronte per poter balzare in avanti in un repentino cambio di variabili emotivo-ambientali.
E', però, un esercizio che scioglie la nostra mente, spesso imbavagliata in rigidità ipocondriache e sterili, è un modo per respirare un'aria nuova, anzi, la stessa aria ma con un naso diverso, provando sensazioni diverse e prendendo colore.
Non sapevo bene il motivo per cui, seguendo le orme della mia cara amica, ho cominciato a cliccare su icone colorate. Questo fino a qualche minuto fa. Adesso che digito parole in sequenza, credo di aver un minimo compreso. E' un pò come al liceo, quando capii che fare teatro mi avrebbe aiutata ad ampliare il mio mondo. Adesso non è solo per ampliarlo, dato che il filtro dello schermo impedisce di entrare veramente in contatto, ma questo, forse, potrebbe aiutarmi a sciogliere nodi, a rendere più fluido il mio pensiero, che a volte si incaglia come il Titanic fece a suo tempo nel povero iceberg.
Provo una bella sensazione scrivendo e, fosse anche solo questo ciò che ne ricavo, mi basterebbe.